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Il carcere in Italia, oggi: una recensione

di Renato Frisanco

È La quinta pubblicazione di Livio Ferrari su carcere e politica penitenziaria negli ultimi 18 anni [Ferrari L. (2024), Il carcere in Italia Oggi. Una fotografia impietosa, APOGEO Editore, Adria (RO)]ma data da ben più tempo il suo attivismo solidale nel mondo della detenzione. Da giovane volontario è stato, prima Presidente del Coordinamento Enti e Associazioni di Volontariato Penitenziario-Seac (1994-2000) poi, Co-fondatore della ‘Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia’, da lui presieduta dal 1998 al 2005 e, infine, ispiratore e portavoce del Movimento “No Prison” (dal 2019) con cui continua a divulgare il verbo di una esecuzione della pena al servizio di una idea positiva della giustizia: quella che è possibile affrontare il “conflitto” tra reo e società con spirito riparativo e riabilitativo, piuttosto che meramente afflittivo e vendicativo.

Ciò che lo muove, come emerge dai suoi scritti, è la passione per la persona sofferente o povera che da 35 anni osserva, ascolta e sostiene con l’Associazione di volontariato “Centro Francescano di Ascolto” di Rovigo; in particolare, lo è per chi è sottoposto alla pena detentiva nell’ultima “istituzione totale” che si rifà ad un passato ormai remoto: il carcere, che svolge una funzione contenitiva senza riabilitare, così come un tempo il manicomio, conteneva senza curare. Non solo, ma per lo più peggiora la condizione umana dei detenuti – come attestano l’elevato tasso di suicidi, l’autolesionismo e la mortalità – e il loro destino sociale, dati gli alti tassi di recidiva che si riscontrano. Di sicuro non aiuta i reclusi a responsabilizzarsi e a recuperare un rapporto con la società ma li avvilisce in una posizione passiva, afflittiva e senza progetto per il futuro. Sono poche le istituzioni che praticano esperienze di recupero alla vita sociale e lavorativa dei detenuti, quelle che si alimentano di opportunità presenti nella comunità circostante e del volontariato. L’istituzione carceraria da sola non è in grado di superare i suoi limiti strutturali.

L’investimento del Paese nel sistema carcerario è in netta “perdita” in termini di risultati. Le cifre riportate da Ferrari rifacendosi ai periodici rapporti sulla detenzione e ai suoi indicatori sono tutte negative: “cifre impietose” come chiosa l’Autore. Il carcere è sempre più luogo elettivo di penalizzazione tanto da essere in costante “emergenza” per sovraffollamento e per acuita penuria di personale.

Il “carcere pensiero” è fallimentare in tutti i suoi presupposti o elementi fondanti: “la riabilitazione, la deterrenza, la prevenzione, la punizione e la giustizia bilanciata”. Rimane la “punizione”, insufficiente nel suo effetto inibitore rispetto alla devianza e inefficace in una “istituzione che riproduce esattamente la negatività e l’illegalità del reato”. In pratica, “non si tiene conto che per riportare le persone alla legalità e al rispetto delle regole è fondamentale che anche le regole del sistema siano rispettose delle persone”.

Di fatto poi il carcere è da sempre luogo di repressione penale per le minoranze stigmatizzate e i soggetti più poveri (la giustizia penale non è uguale per tutti). E’ evidente che viene delegata al sistema penale e al carcere la gestione di quote di migranti abbandonati a se stessi, di etnie come Sinti e Rom, di tossicodipendenti, di coloro che sono ai margini della società, perché senza casa, esclusi dal mercato del lavoro, privi di istruzione, cioè dei gruppi sociali su cui le politiche di Welfare hanno fallito. Come dice l’Autore le prigioni sono diventate una “discarica umana per gente senza risorse culturali ed economiche”. Ciò giustifica anche la violenza, nota e occulta, che caratterizza la gestione ordinaria del carcere. Così come si possono considerare nella fattispecie della “tortura” le condizioni di detenzione dei “ristretti”, di nome e di fatto, soggetti spesso ad una promiscuità insana, nella inattività forzata, nell’annullamento della personalità che rispecchia il desiderio di “ritorsione” nei confronti del reo, che alimenta poi quello di vendetta da parte del detenuto una volta uscito. Ferrari spiega come tutto questo non ha nulla a che fare con la rieducazione.

Numerose sono quindi le sanzioni comminate all’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ad attestare il non riconoscimento del rispetto dei diritti e della dignità delle persone recluse, come avviene nel regime carcerario duro del 41 bis, misura utilizzata in modo spesso permanente e non in casi eccezionali. Anche le detenzioni lunghe e l’ergastolo, compreso quello “ostativo”, sono da superare perché contrastano con il principio della “progressione trattamentale” se si vuole che la partecipazione attiva del detenuto ad un programma individuale di rieducazione preluda al suo reinserimento. Si può aggiungere anche l’uso improprio della carcerazione preventiva.

Il carcere rappresenta anche il luogo elettivo di politiche che richiamano all’ordine e alla sicurezza, sbandierate dai partiti conservatori alla ricerca del consenso dei cittadini artatamente impauriti. L’espandersi del penale (con la costruzione di nuovi reati) in relazione a obiettivi di difesa sociale (verso uno Stato di Polizia?) si aggiunge all’effetto negativo di leggi “criminogene” come la Bossi-Fini sull’immigrazione (crea il reato di clandestinità) e la Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, leggi che dovrebbero essere modificate. Il ricorso alla misura detentiva risente anche della disparità che nelle aule dei tribunali vi è nel comminare una condanna a svantaggio dei soggetti poveri rispetto ai benestanti.

Tutto questo non basta per risolvere la questione carcere. Occorre, secondo la visione profetica del portavoce di “No Prison”, abbattere nel tempo le 190 carceri per adulti attualmente in funzione.

Per l’Autore occorre adoperarsi, non solo in Italia, per “abolire il carcere” come istituzione e come cultura. Serve il coraggio di cambiare virando con maggior impegno verso misure alternative al carcere più efficaci e, in particolare, alimentando percorsi di riconciliazione e di pace, che servono sia alla vittima che all’autore del reato, e quindi spostando la barra dell’esecuzione dal dentro al fuori della prigione. Nessuno dovrà essere carcerato, e perciò perdere la libertà, se non è pericoloso, altrimenti si determina una deresponsabilizzazione dell’autore del reato e non si recupera il senso di legalità. Gli altri, i pericolosi, dovranno vivere in luoghi rispettosi della dignità e dei diritti di ogni essere umano, con attività che diano significato all’esistenza e abbiano l’obiettivo primario della restituzione del danno alla vittima e alla società.

Questo progetto è stato illustrato sul “Manifesto No Prison” (Livio Ferrari, Massimo Pavarini, 2012) e si basa sul principio di “non reagire al male con il male”.

L’Autore si sofferma poi sull’”alfabeto della riconciliazione” che fa leva su alcune parole chiave: restituzione del danno (restituire e riparare, dove è possibile, al danno commesso), solidarietà, rispetto, diritti, dignità.

L’Autore tocca anche il ruolo dei media che tendono ad avere un “pensiero unico”, negativo e convenzionale sul carcere e la detenzione, cavalcando gli “umori” dell’opinione pubblica, invece che portare un contributo di razionalità e di pensiero complesso, privo dei “luoghi comuni”. Serve un’informazione che rafforzi la responsabilità civica e si basi su evidenze scientifiche e su dati non manipolati; e comunque, rimettendo sempre al centro l’essere umano, anche quando sbaglia.

In sostanza dalla pubblicazione si evince che solo la certezza della riabilitazione, richiamata dalla Costituzione (art. 27) può aiutare la persona che ha commesso un reato a divenire un/a cittadino/a responsabile e la società tutta ad essere più inclusiva.

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